24/2/09
Provenzano, pizzini dal carcere
Repubblica — 12 gennaio 2008 pagina 6 sezione: PALERMO
Cosa Nostra senza un capo
Repubblica — 06 novembre 2007
CHI è il capo della mafia? Il capo non c' è. E non ci sarà ancora per lungo tempo a Palermo e in tutta la Sicilia. Il capo non c' è perché al momento sul mercato mafioso non c' è un boss che abbia influenza per diventarlo, per fare il padrone degli altri. Non c' è nei pensieri degli uomini d' onore, divisi in fazioni e avvelenati da rancori antichi, l' idea di avere un capo di tutti. Non c' è nelle strategie di una Cosa Nostra che in questi mesi non ha strategie.È troppo spezzettata oggi la mafia, lottizzata. Più che un capo, la mafia siciliana sta cercando di ritrovare se stessa. Sbandata dalla cattura di Bernardo Provenzano e fiaccata dalle contrapposizioni fra Corleonesi e Palermitani, per la prima volta rischia di perdere il suo più importante elemento distintivo: la struttura verticistica. Rischia di perdere la Cupola, il suo governo. In altre parole rischia di perdere per sempre la voglia di un capo. E' cambiata Cosa Nostra, velocemente. «Si rovista dentro e sta provando a capire se resterà quella che è sempre stata o cosa potrà mai diventare», spiega il procuratore nazionale Pietro Grasso. Intanto è già meno "verticale" e più "orizzontale" di qualche anno fa. Molte "famiglie" e molti signorotti. Ci sono boss che comandano sui loro territori e lì soltanto. E non riescono mai a imporsi altrove. Come era Salvatore Lo Piccolo nella Piana dei Colli palermitana e nei paesi che si incontrano andando verso Trapani. Come è ancora il latitante Domenico Raccuglia a Partinico e ad Altofonte. Come è Matteo Messina Denaro nella provincia trapanese e in qualche borgata orientale di Palermo. E' lo stesso Matteo Messina Denaro che in molti indicano da un decennio come il nuovo Padrino, il boss di tutti. Tutti e tre eterni "aspiranti". A guidare mandamenti, Lo Piccolo e Messina Denaro addirittura a dirigere tutta l' organizzazione. Si sono arrampicati su per i gradini della gerarchia mafiosa ma alla fine sono stati sempre fermi, al palo. C' è sempre stato qualcuno che non li ha voluti più in alto. Troppi veti incrociati, troppe invidie, troppi tradimenti, troppe paure. Sono rimasti pretendenti perenni, candidati a sostituire prima Totò Riina e poi Bernardo Provenzano più nelle indiscrezioni rilanciate dalla stampa che nella realtà mafiosa. Nel frattempo, dietro di loro, è cresciuto un altro esercito. Cinquemilasettecento mafiosi. Nuove generazioni. Nuovi equilibri. Nuove mire. E nuove facce e nuovi nomi. Avete mai sentito parlare di Filippo Annatelli? E di Enzo Cascino? Dei fratelli Badagliacca? Di Angelo Monti? Sono tutti uomini d' onore sconosciuti, boss che oggi dettano legge nella città di Palermo. C' è una nuova mappa del potere mafioso che emerge da rapporti dei carabinieri, documenti di polizia e analisi della Dia, una "pianta" di Cosa Nostra che ha suddiviso Palermo in 8 zone, otto mandamenti. A loro volta sui mandamenti sono distribuite 27 famiglie. E ciascuna di loro ha un nuovo "rappresentante" e alcuni sottocapi. Eccoli, uno per uno, i nomi dei nuovi boss di Palermo. Cominciamo dal mandamento di Pagliarelli, il più vicino ai Corleonesi "carcerati" come Totò Riina e Leoluca Bagarella. Il "reggente" è Gianni Nicchi, che ha appena 26 anni ma ha già fatto l' "ambasciatore" di Cosa Nostra siciliana dall' altra parte dell' Atlantico per incontrare i trafficanti del New Jersey. Ha due vice che si chiamano Enzo Cascino e Michele Oliveri. Ci sono quattro "famiglie" sotto il controllo di Pagliarelli. Quella del Villaggio Santa Rosalia guidata da Salvatore Sorrentino, quella di Borgo Molara guidata da Giuseppe Cappello, quelle di corso Calatafimi e Mezzomonreale guidate da Filippo Annatelli e Pietro Badagliacca. A Porta Nuova, dove una volta comandavano boss storici come Pippo Calò, adesso ci sono Tommaso Lo Presti e Antonino Lauricella. Si chiama Salvatore Pispicia il capo di Palermo Centro, Angelo Monti quello del Borgo Vecchio. Ma quanto dureranno questi nuovi e giovanissimi capi? Quanto per esempio durerà Angelo Monti? Era cognato di Nicola Ingarao, il capo mandamento di Palermo centro fino a quando nel giugno scorso lo uccisero per «fare la pace», per favorire il rientro in Sicilia degli Inzerillo e degli "americani" che erano fuggiti nella guerra di mafia degli Anni Ottanta. E quanto durerà Giovanni Marcianò, appena nominato capo di Passo di Rigano? Quanto durerà se gli Inzerillo di Passo di Rigano decideranno di riprendersi un giorno o l' altro la loro borgata? Alla Noce, dove dieci anni fa spadroneggiavano i Ganci, c' è Pieruccio Di Napoli. A Malaspina c' è Salvatore Gottuso. Ad Altarello di Baida c' è Francesco Picone. Un elenco in gran parte inedito. Con spostamenti in massa di uomini d' onore da uno schieramento all' altro, con «famiglie» soppresse o accorpate ad altri mandamenti, con alleanze tanto azzardate quanto incerte. La mafia di Palermo sta cercando di riorganizzarsi, di ristrutturarsi e tornare ricca e potente come un tempo. Ci riuscirà? Di sicuro è in una fase determinante per la sua stessa sopravvivenza. E decisiva sarà la posizione che prenderanno nei prossimi mesi quei "carcerati" - i Riina e i Bagarella, i Graviano e i Madonia - quelli sepolti dagli ergastoli nelle carceri speciali. Avranno ancora il peso per dare ordini a quelli che stanno fuori? E quale «linea» suggeriranno, quale strada indicheranno dopo che per quasi due decenni hanno fatto sprofondare la loro Cosa Nostra nel delirio stragista? La partita è tutta aperta. Dopo la cattura di Salvatore Lo Piccolo è probabile che ci saranno altri morti a Palermo. Operazioni militari per riassestare equilibri o veri e propri raid per far divampare una guerra già annunciata. Dipenderà da loro, dai «carcerati». E dagli altri, gli «americani». In una Palermo così irrequieta, come potrebbero quei cinquemilasettecento uomini d' onore eleggere un solo capo? Cosa Nostra formalmente non ce l' ha da 23 anni. L' ultimo, nominato dalla Commissione o Cupola, è stato Totò Riina. Sulla carta è ancora lui il capo dei capi della mafia siciliana. Mai sostituito. Mai eletto un successore neanche dopo la sua cattura avvenuta nel gennaio del 1993. In realtà tre anni dopo però, nel 1996 (data ricavata dalla decifrazione dei suoi "pizzini" ritrovati), il comando è passato "naturalmente" a Bernardo Provenzano, l' altro boss di Corleone che poi ha governato fino all' 11 aprile dell' anno scorso. Il resto è cronaca di questi mesi. Schermaglie, vendette, spiate, qualche omicidio che gli investigatori hanno definito «operazioni chirurgiche». Cosa accadrà adesso, a Palermo nessuno può dirlo. Si può solo azzardare qualche ipotesi. E scorgere da lontano - come raccontano negli uffici investigativi - la nuova "classe dirigente" mafiosa della Sicilia negli anni prossimi venturi. Non un solo capo. Ma tanti capi. C' è chi punta su una terna, giurano che saranno famosi. Tutti e tre insieme questi «bravi ragazzi» oggi non arrivano a 90 anni. Il primo è quel Gianni Nicchi della «famiglia» di Pagliarelli, classe 1981, ricercato da quattordici mesi e già impegnato in missioni importanti come quella di tenere i contatti con l' America. Il secondo è Pietro Tagliavia, classe 1978, rampollo della "famiglia" di Corso dei Mille. Il terzo è Salvo Riina, classe 1977, secondogenito dello zio Totò, arrestato sei anni fa e fra qualche settimana in libertà. La Cassazione gli ha annullato la condanna. Forse saranno proprio loro il futuro di Cosa Nostra. - ATTILIO BOLZONI
David Belle - Parkour
A l'occasion de la sortie de Banlieue 13 - Ultimatum, produit par Europacorp, ce 18 février, David Belle fait le point dans son livre « PARKOUR » (sortie ce mois) sur la naissance de cette discipline qui connaît un véritable succès auprès des adolescents. Il en explique la philosophie très proche des arts martiaux. Un art qu'il ne peut dissocier de sa propre jeunesse ainsi que de celle de ses ancêtres.
David Belle est considéré comme l'inventeur du Parkour, ce nouveau sport extrême qui se pratique en milieu urbain, fait de sauts, d'escalade et de course et popularisé par ses premiers disciples, les Yamakasi.
Pourtant David Belle refuse cette appellation "d'inventeur". Sa discipline il l'a développée à travers son histoire, suivant les traces et les valeurs de son père et de son grand-père. Pour lui, le Parkour n'a pas vraiment de créateur mais des adeptes. Tout est une histoire de famille en priorité.
Sous forme d'entretien, David évoque le sport en lui-même, son esprit, son côté presque spirituel au-delà du physique ainsi que ses différentes rencontres qui le mèneront là où il en est aujourd'hui.
L'œuvre en elle-même débute par une belle préface écrite par Luc Besson, le propos emprunt de beaucoup d'émotion est à l'image du reste de l'ouvrage. Le contexte est posé.
Et au fil des pages, on apprend rapidement que cette discipline n'a rien de bien nouveau. Le Parkour existe en fait depuis bien des années déjà et ne se résume pas à deux exemples de films d'action.
Ce qui frappe en premier à la lecture de ce livre, c'est l'humilité qui en émane ainsi qu'une certaine force bienveillante. Derrière une apparence de dureté se cache une forte sensibilité, autant de la part du personnage interrogé que de l'historique du sport en lui-même. "Parkour", c'est un peu l'épopée d'un héros moderne.
David Belle, au travers de ses diverses expériences, arrive à trouver les mots justes alliant ainsi parfaitement corps et esprit. Il sait ce que le mot vivre veut dire, il l'expérimente chaque jour un peu plus, profitant de chacune des secondes. Pour lui, tomber c'est mourir ! Nathalie Vandevelde
Sebastian Chabal
Rugby | La Copa del Mundo 2007 | Chabal
El ogro con más carisma de Les Bleus
Al intimidante forward francés lo comparan con Atila y con Hannibal Lecter, pero esa imagen convive con la de un ídolo mediático
LYON.- Su enfurecida carrera -de casi 50 metros- atropellando jugadores de Namibia es acompañada por el estruendoso relato del periodista televisivo, que lo describe como "¡un animal!". Esa espectacular arremetida del poderoso N° 4 bleu, quesólo se detuvo al llegar al in-goal, fue la segunda conquista -la quinta en toda su carrera en la selección- de Sébastien Chabal en el acto de resurgimiento de Francia, y su imponente humanidad (1,92m y 114kg) lanzada en velocidad hacia la meta hizo vibrar, estremecer, a los fanáticos en el estadio de Toulouse. Eso ocurrió el último domingo por la noche, y en las primeras horas de la semana, el celular de su representante empezó a arder. "Antes de la Copa del Mundo habíamos tenido muchas propuestas, pero después de la derrota con la Argentina todo se apagó. Y después de esto (por el triunfo ante el conjunto africano) volvimos a estar muy solicitados", confesó Karine Rossigneaux, la agente que se ocupa de los negocios del forward nacido en Valence, ciudad del sur de este país, situada entre Lyon y Avignon.
Barba muy tupida, pelo largo, un rostro casi petrificado y trapecios voluminosos. Con esa estampa, intimidante, da miedo a primera vista, razón por la cual cosecha infinidad de apodos; en su país, lo llaman Cartouche (cartucho, porque provoca el mismo impacto que una bala), pero la lista de alias es variada: Caveman (Hombre de las Cavernas), Atila, el Anestesista, el Hombre Montaña, el Hombre de Neanderthal, Raspoutine y en el reconocido programa humorístico de Canal + "Guignols de l info", protagonizado por muñecos (al estilo de lo que en nuestro país era Canal K), lo personifican como el asesino Hannibal Lecter, amordazado con la máscara y atado a una silla.
La enumeración de los apodos es interminable, pero estos son los más utilizados por los medios y el público francés, que lo adoptó como su símbolo. Hasta en Manchester, ciudad en la que vive, pues desde abril de 2002 representa a Sale Sharks, donde tiene como compañeros a los hermanos Ignacio y Juan Fernández Lobbe, lo han bautizado "El nuevo Cantona", comparándolo con su compatriota Eric, la polémica ex estrella de los Diablos Rojos, pero en fútbol.
Los fans corean su nombre, braman (¡Uh, uh, uh..!) cuando en las pantallas de los estadios aparece su rostro, y hasta pueden colocarse una barba y una peluca de utilería para representar a su hombre emblema. Tembló hasta el coloso Stade de France cuando en el test inaugural ante la Argentina ingresó por Fabien Pelous, a los 20 minutos del segundo período.
Sin embargo, esa movilizante adicción de la gente por Chabal no supera en el campo del marketing a lo que generan otros integrantes del seleccionado francés. El capitán Raphaël Ibáñez está primero por amplio margen en el ranking de presencia en los medios; lo siguen el coach Bernard Laporte, Frédéric Michalak y Christophe Dominici (su autobiografía, editada hace tres meses, tuvo gran repercusión en las ventas). Incluso, Zinedine Zidane tiene más apariciones publicitarias en referencia a la Copa del Mundo, en las cuales Zizou se muestra como un aprendiz de jugador de rugby.
"La imagen de Sébastien va más allá del deporte. Queremos hacer pocas publicidades, pero de calidad. Vamos a rechazar, como ya lo hicimos, todo lo que tenga que ver con materiales para la construcción, máquinas y herramientas. No queremos que su imagen tenga esa orientación y sí podemos hacer cosas para los chicos, porque él es muy querido por los niños", explicó Rossigneaux, a la vez que confesó un acercamiento con las firmas Cadbury (chocolates) y Kellogg s (cereales). Lo concreto es que al "primitivo" -por su apariencia- rugbier francés solamente se lo ve en la campaña de Puma, junto con su compañero de selección Serge Betsen.
La Chabalmanía se trasladó a Internet, donde se pueden encontrar (en YouTube) todas las explosivas acciones, especialmente dos confrontaciones con los All Blacks que le valieron la definitiva inclusión enLes Bleus : cuando dejó groggy con un tackle a Chris Masoe o cuando con un cabezazo le fracturó la mandíbula -lo dejó escupiendo sangre- a Ali Williams, otro "malvado de película". Pero así como se registran los combates personales ganados, también se verán derrotas, como los duelos con Richie McCaw y Jerry Collins, o los tackles que recibió de Felipe Contepomi o de Rodrigo Roncero, en el match de apertura.
Este hombre surgido en el club de su pueblo natal (Valence), pero que tuvo su proyección en Bourgoin-Jallieu, conjunto en el estuvo entre 2000 y 2003, nunca consiguió regularidad en el seleccionado de Bernard Laporte. Debutó en 2000 ante Escocia y una vez finalizada la Copa del Mundo de 2003 no fue convocado; en 2005 jugó cuatro partidos y reapareció en el Seis Naciones de esta temporada. Su currículum es 33 caps -con cinco tries-, pero se ganó su lugar en el plantel del Mundial por su nivel en la gira de mitad de año por Nueva Zelanda. De todas maneras, su puesto habitual es de octavo, pero Laporte lo considera como segunda línea suplente y por detrás del trío de Fabien Pelous, Jérôme Thion y Lionel Nallet.
Su apariencia de hombre rústico contrasta con su gusto por la lectura, aunque Juan Fernández Lobbe, que convive con él en la liga inglesa, lo describió como "una persona tranquila, de reírse mucho, muy buena onda y buena gente. No es para nada antipático, como puede parecer; sí es algo callado y está todo el tiempo con los franceses del equipo (el hooker Sébastien Bruno y el pilar Lionel Faure), pero es súper gentil." En Sale es admirado de tal manera que el club sacó a la venta remeras y camisetas de la "Colección Chabal".
Idolo mediático, un paradigma del jugador-ogro, se lo tome como se lo tome, Chabal, de 29 años, atrae como un imán la atención en la Copa del Mundo; su poder físico es la mejor carta de presentación y el arma que Francia manipula para infundir temor en los adversarios, aunque hasta aquí sólo haya sobresalido ante la débil oposición de Namibia.
Por Santiago Roccetti
Enviado especial
Paco Casal

06/10/2007 - 18:39 (GMT)
El polémico empresario del fútbol uruguayo Francisco Casal, se autoproclama el hombre más rico del país, se codea con magnates de la talla de Gianni Agnelli, Silvio Berlusconi o Massimo Moratti y transita al borde de la ilegalidad, recoge el libro titulado "Yo, Paco".
La obra del periodista Mario Bardanca, uno de sus principales detractores, establece un antes y un después en el fútbol uruguayo, y le quita el velo a un sin número de situaciones condicionadas por la opulencia y la concentración de poder.
"Yo soy el tipo más rico del Uruguay. El que me sigue más cerca (...) para alcanzarme le deben faltar 150 o 200 millones", propaló el empresario en una entrevista de ocho horas con el autor.
De origen humilde, Casal nació en Sao Paulo y a los siete meses se afincó en Montevideo con su familia.
Fue alcanza-pelotas del Estadio Centenario y según su propia calificación, un "mediocre" futbolista, que en 1968 se incorporó a las divisiones formativas de Defensor, a los 19 años fue transferido al Atlético Madrid y posteriormente cedido al Racing de Santander, con fugaces pasajes por Nacional, Fénix y Vasco Da Gama de Brasil.
A comienzos de los 80 se convirtió en empresario "para tener un medio de vida, pero fundamentalmente para dignificar al jugador", recuerda quien es desde hace dos décadas el representante de la mayoría de los jugadores uruguayos y titular de la empresa que posee hace nueve años los derechos de televisación del fútbol uruguayo y de la selección nacional.
El empresario fue recurrente a su condición de hombre forjado desde la base, que alcanzó el ápice por méritos propios, "empecé con un Fitito (Fiat 600) y hoy ando en una Ferrari. Y si quiero me puedo comprar diez Ferraris", ilustró. Se jactó asimismo de cenar con los entrenadores Fabio Capello y Marcello Lippi, de regar sus negocios con vinos de 400 dólares, alojarse en hoteles de 1.800 dólares la noche y vanaglorió el éxito de su gestión.
"Yo estuve atrás del Peñarol campeón de América (1987), del Nacional campeón (1988). Yo armé el River -argentino- del 86. ¡Qué voy a ser perdedor!", exclamó el actual agente FIFA.
En un capítulo titulado "El depositario de sospechas", Bardanca observa que los datos estéticos de su vestimenta, adornada por gruesas cadenas, anillos y pulseras de oro (...) "conforman un cóctel que podría llevar a asociar la imagen de Casal con lo ilegal".
Bajo el mismo segmento se desgranan los entretelones del sorprendente trueque en 2004 del zaguero italiano Fabio Cannavaro por el arquero uruguayo Fabián Carini, en el marco de una investigación que inició la justicia italiana en 2006 por denuncia de arreglo de partidos y sobornos, que terminó con el descenso de Juventus.
La voz grabada de Casal en un teléfono intervenido, le manifiesta al ex director general de la Juventus, Luciano Moggi, la conveniencia de que Cannavaro le plantee al vicepresidente del Inter, Rinaldo Ghelfi, su decisión de abandonar el equipo milanés.
"Pedíselo porque si no, yo a ese Ghelfi le como la cabeza", documentan sus palabras textuales recogidas por La Gazzetta dello Sport.
Un par de años después, Cannavaro levantaría la Copa del Mundo del 2006 y sería declarado mejor jugador del planeta, mientras Carini seguía calentando banco en el Inter, detrás de Toldo y Julio Cesar.
Durante su trayectoria empresarial, Casal afirmó haberle cambiado la vida a 600 jugadores y facilitado el techo a 300, bajo el marco legal.
"Dicen que lavo guita (dinero). ¿Sabés por qué abrí una empresa en Estados Unidos? Para demostrarles a todos los giles (tontos) que me acusan que se tienen que callar la boca. ¿A vos te parece que si yo lavo plata, la DEA me va a permitir poner una empresa en EEUU? ¡Por favor!", argumentó Casal.
Empero, "Yo, Paco", plantea que varios de sus negocios infringen la reglamentación de FIFA y las leyes nacionales, pero que no se actúa en consecuencia porque "hay una clase dirigente del fútbol complaciente y un poder político (...) que mira hacia el costado, por miedo o por compromiso".
El libro reconoce las habilidades de 'Paco' como empresario, aunque también hace un balance desfavorable en el plano estrictamente deportivo.
"Desde que Casal desarrolló su control hegemónico, el fútbol uruguayo cayó en picada. A partir de los años 90, Uruguay no volvió a ganar, salvo la Copa América (1995). Mayores y juveniles, los clubes y la selección se volvieron perdedores. El que ganó fue Paco", concluyó el autor.
Terra/AFP